Albo Pretorio

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Delibera CC n. 27/09

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Teofilo Patini

TEOFILO PATINI

Terzo di dieci figli, Teofilo Patini nacque a Castel di Sangro (L’Aquila) il 5 maggio 1840. Suo padre Giuseppe, proveniente da una famiglia di agiati armentari, cancelliere di “giudicato regio” e successivamente notaio, lo avviò agli studi letterari nella scuola aperta a Sulmona dal raffinato latinista e cospiratore antiborbonico Leopoldo Corrucci e dallo studioso e patriota Panfilo Serafini.

L’influenza di questi suoi primi maestri si rivelò fondamentale nelle sue propensioni culturali e nelle sue inclinazioni patriottiche, umanitarie e sociali.

Iniziò gli studi di filosofia nell’Ateneo napoletano e li abbandonò poco dopo per dedicarsi interamente, dal 1856, agli studi di pittura nell’Accademia di Belle Arti durante i quali si avvalse della guida di Domenico Morelli e Filippo Palizzi che “fuori dell’Istituto” promuovevano una profonda trasformazione del gusto e delle ricerche pittoriche tradizionali.

La conoscenza, inoltre, con Salvatore Tommasi e soprattutto con Bertrando Spaventa, suoi conterranei valse ad arricchirne la formazione e gli stimoli, con aperture verso la storia intesa come verità assoluta e con un aspetto di inclinazione idealistica che sembrerà presto riflettersi nella sua opera per molti versi propensa a concedere al soggetto una funzione preminente.

Negli anni Sessanta, seguendo gli orientamenti allora predominanti, il Patini affrontò temi prevalentemente desunti dalla storia, prediligendo i personaggi di Masaniello e di Salvator Rosa al quale una tradizione, successivamente smentita dagli studi storiografici, attribuiva una fervida attività libertaria e sociale.

La Rivoluzione di Masaniello gli procurò fin dal Sessantatre i primi consensi rimarcati nel Sessantacinque dal Parmigianino, ispirato ad un episodio del Sacco di Roma (alternativa denominazione del medesimo dipinto) del 1527 narrato dal Vasari. Grazie a queste ed altre affermazioni, oltre che per i brillanti risultati in ambito più strettamente scolastico, l’Amministrazione Provinciale dell’Aquila lo sostenne per diverso tempo con provvidenze e pensioni annue.

Patini visse intensamente anche il periodo culminante dell’unificazione nazionale e della reazione violenta che l’accompagnò, militando fra i Cacciatori del Gran Sasso voluti da Garibaldi. La successiva repressione del brigantaggio lo vide impegnato nelle file della Guardia Nazionale Mobile con il grado di sergente, dopo che da volontario si arruolò nel contingente fornito dal suo paese.

Ottenne nel Sessantotto il Pensionato di Firenze, che gli consentì contatti con i Macchiaioli, e nel Settanta quello di Roma, durante il quale intensificò un’unione di lavoro e di studio con il più anziano Michele Cammarano, da lui già conosciuto e frequentato a Napoli.

Rientrato nel 1873 nel suo paese natale dopo aver preso atto a Napoli dei richiami artistici di Hans von Marées, principale esponente della pittura della “pura visibilità” teorizzata dall’Hildebrand e dal Fiedler, approfondì le sue ricerche in intensi paesaggi e in studi volti a fisionomizzare in chiave personale le tematiche ispirategli dalle condizioni di immiserimento della gente dei suoi luoghi approdando ad un lirismo memore degli insegnamenti palizziani e delle ricerche illuminanti condotte con l’amico Cammarano nella campagna romana.



 
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